Rebecca: così ho sconfitto l’anoressia

L’anoressia si può combattere e vincere, certo non facilmente, visto che ci sono innumerevoli ostacoli, ma la storia di Rebecca è una storia di rinascita e di speranza. Una storia che oggi racconta fiera e che lei stessa non sa ancora come sia stato possibile che l’anoressia cercasse di annullare la sua vita.

«A dire il vero non lo so com’è iniziato, faccio ancora fatica a parlarne. I miei genitori si stavano separando e senza rendermene conto ho iniziato a controllare tutto ciò che mangiavo, così come ogni singola cosa che facevo: i miei comportamenti, lo studio». Rebecca ha 18 anni e una voce squillante e forte come la sua voglia di rivincita verso l’anoressia, l’oscuro male che l’ha tediata per un anno.

Una malattia che in Italia colpisce tre milioni e mezzo di persone e il 20%  sono bambini. I disturbi del comportamento alimentare coinvolgono varie patologie quali anoressia, bulimia e «binge eating disorder» (disturbo da alimentazione incontrollata), ovvero abbuffate compulsive con aumento del peso fino all’obesità. E purtroppo annualmente, i pazienti sono in continuo in aumento, un campanello di allarme che dovrebbe farci riflettere. Ma la storia di Rebecca è una storia di guarigione dello spirito. il primo passo verso la speranza e la sicurezza della guarigione definitiva..

«Dopo la separazione sono rimasta a vivere a casa solo con mia madre ed è diventato più difficile ingannarla perché guardava se mangiavo o se saltavo i pasti. Il momento peggiore era la colazione, quando eravamo faccia a faccia ed era difficile escogitare un modo per non mangiare ciò che mi metteva davanti. Così inventavo mille scuse, come il mal di pancia». Per Rebecca evitare di mangiare diventava il raggiungimento della pace interiore, significava avere un biglietto per fuga dalla realtà, potersi rifugiare in un posto dove solo lei poteva arrivarci e che solo lei poteva tenere sotto controllo, proprio quando tutto intorno nella realtà, stava andando a rotoli senza troppi “forse.”

«Mi svegliavo la mattina e concentravo tutte le mie energie nell’annullarmi, nel trovare modi per ingannare mia madre e riuscire a non mangiare niente. I giorni dispari erano perfetti perché lei non era a casa a pranzo e quindi avevo tutto il tempo per far sparire il cibo che mi aveva lasciato pronto, lo gettavo nell’immondizia».

Dimagrire era diventata la verità assoluta per Rebecca, la soluzione per essere perfetta, ciò a cui mirare. «Poi l’obiettivo è diventato arrivare a scorgere le ossa che avevo sempre voluto vedere. Era l’unico modo per stare bene».

L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica i disturbi del comportamento alimentare come la principale causa di morte tra gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali. «Io non ho mai vomitato, non ci sono mai riuscita, semplicemente non mangiavo e sono arrivata a pesare 39 chili. Mia madre cercava di parlarne ma per me era un tabù, così sono trascorsi tantissimi mesi tra litigi e silenzi».

Poi un giorno la mamma di Rebecca ha deciso di fare qualcosa. «All’uscita da scuola mi è venuta a prendere e quando sono salita in macchina mi ha portata in ospedale. Così sono iniziati i day hospital in cui mi facevano le analisi del sangue, incontravo lo psicologo, la dietista. A ripensarci ora sembra assurdo, ma nonostante le parole dei medici continuavo a pensare che non mangiare fosse giusto».

In quel periodo Rebecca era tenuta costantemente sotto controllo dai medici, ma  finita la scuola, a metà estate ha ottenuto il permesso di andare in vacanza con suo padre e la sorella maggiore. «Quello è stato il momento “perfetto” per la mia malattia. Mio padre non capiva il mio problema. Riuscivo a sputare il riso dalla bocca davanti a lui e non se ne accorgeva. Con mio sorella invece avevo un rapporto particolare quindi mi sentivo libera di concentrarmi tutto il giorno sul non mangiare, e così ho fatto».

Per Rebecca la presa di coscienza arriva solamente in seguito, al rientro, dopo un grave crollo fisico con ricovero immediato. Così, complice anche l’incontro con un ragazzo, Rebecca ha capito che voleva stare meglio. «La mia ripresa è stata molto veloce, oserei dire grandiosa, tutti si meravigliavano perché solitamente serve molto più tempo. Io però sono una che ha fatto sempre tutto in fretta e anche in questo caso, quando ho capito che quello che volevo era tornare a stare bene, ho focalizzato tutte le energie su quello».

Rebecca voleva tornare a essere padrona della sua vita, uscire con le amiche, andare a correre, sentirsi viva. «La cosa più difficile da quel momento in poi è stata affrontare l’inevitabile voglia di mangiare. Ormai avevo ammesso a me stessa che il cibo mi piaceva e non volevo più privarmene. La parte ancora malata di me però non vedeva più belli i miei fianchi e continuava a farmi credere che non mangiare “fosse figo”».

Rebecca si nutriva con un’insalata, dove al massimo aggiungeva pomodori e mais, a cena lo stesso e quando la pressione della famiglia era alta «li accontentavo mangiando una fetta di pane».
Ma tornare a stare meglio voleva dire anche ricominciare a mangiare cibi dimenticati come la pasta. «La carbonara è il mio piatto preferito e mi vergognavo a chiederlo a mia madre dopo quello che avevamo passato». Senza parlarsi troppo, Rebecca e sua madre però si capivano, osservandosi. «Celebravamo i miei piccoli miglioramenti senza dircelo, una volta mi ha portata a fare un aperitivo e per me è stato bellissimo. Il giorno prima ero riuscita a mangiare quel benedetto piatto di pasta».

Oggi Rebecca sta bene, si sta preparando all’esame di maturità con la speranza di poter studiare Lingue Orientali, magari all’estero. Fa parte dell’associazione Nutrimente che l’aiuta a superare quei momenti bui che ogni tanto tornano a fare capolino. Essere seguita dagli specialisti è stato fondamentale per guarire.
«Oggi mi sento bene perché ho la consapevolezza di “quella cosa lì” e quando il “demone” torna a farsi sentire so che devo concentrare tutte le mie energie per affrontare il momento buio e non abbandonarmi a lui. Mi do uno schiaffo e riparto».

Resta ancora un gradino da superare. «La bilancia, dalla fine dei day hospital non mi sono più pesata, non dipendere dal peso mi fa stare da Dio e forse questo è il mio punto debole.Ricordo che quando mi pesavo tutti i giorni per me era un dramma vedere il peso aumentare anche solo di pochi grammi e ho paura di questo, della reazione che potrebbe avere la mia testa. Ma un giorno ce la farò». rebecca

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