Hamadi: vorrei incontrare gli italiani salvati al Bardo

Mohamed Naceur ben Abdesslem, Hamadi per chi lo conosce e per i tanti italiani che ha accompagnato nella scoperta delle meraviglie della Tunisia, è una guida turistica dagli anni ’70. Si trovava al Museo del Bardo insieme a un gruppo di passeggeri della Costa Crociere il 18 marzo 2015, quando i terroristi hanno iniziato a sparare.

Hamadi non pensa subito ad un attentato – “forse è un’esercitazione, qui vicino c’è una caserma” -, ma a confermare questa terribile ipotesi sono i proiettili che lo raggiungono nella sala di Virgilio. È la tranquillità di Hamadi, insieme alla sua grande conoscenza di quei luoghi, che gli permette di salvarsi e di mettere al sicuro il gruppo che stava accompagnando: la guida porta i turisti verso una scalinata secondaria, raggiunge l’esterno e arriva alla questura del Bardo, dove il gruppo riesce a trovare rifugio. Solamente in seguito scopriranno che pochi minuti dopo la loro fuga, i terroristi sono entrati nella sala di Virgilio e hanno ucciso nove persone.

La paura, le lacrime, lo shock, l’incredulità, sono tutte immagini e sensazioni che Hamadi oggi rivive quando che entra in quella sala, che ancora porta i segni dell’attentato. Non ci sono solo i fori dei proiettili sulle pareti, tra i mosaici; quello che resta oggi al Bardo è un grande silenzio. I turisti hanno paura a tornare a Tunisi, le grandi compagnie di navigazione non sbarcano più nel Paese, chi arriva in Tunisia resta chiuso negli hotel e non si sposta per le escursioni.

Hamadi mi descrive con molta calma quello che è accaduto al Museo del Bardo. La sua voce però si riempie di tristezza raccontandomi di come, dopo l’attentato, nessuno abbia più parlato con lui di quel giorno. Una volta spente le telecamere che raccoglievano dichiarazioni dai sopravvissuti, nessuno lo ha più chiamato. Nessun gesto di riconoscenza nei confronti di chi è riuscito a resistere alla barbarie dei terroristi.
La sua storia è stata troppo presto dimenticata.

L’albero che sarà piantato in suo onore durante l’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Tunisi, il prossimo 15 luglio, è un simbolo della gratitudine per il grande coraggio di Hamadi, che si dice commosso per questo riconoscimento e per il fatto che tale gesto arrivi proprio dall’Italia, Paese a cui la guida ha dedicato tutta la sua carriera (“vi ho sempre trattati da amici e mai da clienti”, mi dice per sottolineare il forte legame che sente con il nostro Paese).

Hamadi ha però un grande desiderio. Vorrebbe incontrare di nuovo, o almeno risentire, gli italiani che è riuscito a salvare al Bardo. Dopo quei momenti di terrore, dopo i saluti ancora scossi al porto di Tunisi, ha tentato invano di rintracciare il gruppo di turisti.

Probabilmente molti dei salvati hanno preferito rimuovere quei dolorosi ricordi; tuttavia ci uniamo alla speranza di Hamadi, e speriamo che l’albero a lui dedicato sia il primo passo verso un incontro tra la guida tunisina e i turisti salvati.

Dopo più di un anno dall’attentato al Bardo, e pochi giorni dopo le stragi di Istanbul, Baghdad e Dacca – quest’ultima costata la vita a tanti italiani -, l’esempio di uomini come Hamadi ci offre una grande speranza e ci ricorda che è con queste figure, con chi ama la vita, la bellezza e l’umanità, che possiamo creare un fronte comune contro la barbarie.

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Hamadi vorrebbe incontrare le persone che ha aiutato a fuggire durante il terribile attentato di novembre per mano dell’Isis

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