La medusa è immortale 

Strettamente connessa al concetto e alla definizione della vita, la morte è un destino ineluttabile che riguarda ogni organismo vivente sulla Terra, condannato a cessare le proprie funzioni biologiche e dunque alla fine dell’esistenza. Almeno questo è ciò che si credeva sino a venti anni fa, quando per puro caso venne scoperta la classica eccezione alla regola, un piccolo idrozoo chiamato Turritopsis nutricula con la straordinaria capacità di regredire allo stadio di polipo dalla fase medusoide, in un ciclo potenzialmente infinito che ne determina l’immortalità biologica.Il giovane ricercatore tedesco Christian Sommer nell’estate del 1988 si trovava sulla riviera ligure (a Rapallo) per raccogliere e studiare gli idrozoi, una classe di Cnidari con diverse caratteristiche affini alle più conosciute meduse. Tra le varie specie raccolte ve ne fu una che attirò la sua attenzione, dopo averla esaminata attentamente all’interno di una piastra di Petri. Il suo ciclo riproduttivo sembrava infatti procedere a ritroso, con esemplari che invece di morire ritornavano allo stadio di polipo. Non colse immediatamente la portata di ciò che aveva osservato, e lasciò nelle mani dei biologi marini italiani l’onere e l’onore di scoprirne il significato. Otto anni più tardi, grazie a uno studio chiamato “Reversing the Life Cycle” e coordinato dal professor Ferdinando Boero dell’Università del Salento, per la prima fu coniato il termine di ‘medusa immortale’ e svelato lo straordinario segreto di Turritopsis nutricula.Col nome Turritopsis nutricula si intende un insieme di piccoli idrozoi immortali, quelli raccolti da Sommer e Boero oggi sono conosciuti più precisamente col nome scientifico di Turritopsis dohrnii. Il segreto di questi animali risiede nella cosiddetta transdifferenziazione, ovvero la capacità di alcune cellule del mantello e dei tentacoli di regredire sino a uno stadio totipotente, dando successivamente origine a un nuovo esemplare geneticamente identico. Dopo la fecondazione, le uova si trasformano in una cosiddetta planula, una larva, che si deposita sul fondo generando i polipi; da essi “germogliano” piccole meduse di circa un millimetro, che si accrescono fino a 4/5 millimetri una volta liberate nell’acqua. Quando sottoposte a stress, le meduse possono invertire il proprio ciclo vitale, adagiandosi sul fondale e trasformandosi in una massa gelatinosa, dal quale emergono nuovi polipi pronti a dar vita a nuove meduse. L’immortalità biologica naturalmente è potenziale, dato che spessissimo questi idrozoi vengono predati o muoiono per malattie. Il fenomeno non è mai stato osservato in natura ma solo in laboratorio, dove gli idrozoi sono difficilissimi da allevare.Si stima che vi siano solo un paio di grandissimi esperti di idrozoi per ciascun paese, e il massimo conoscitore mondiale di Turritopsis nutricula è il sessantenne giapponese Shin Kubota, che lo studia alacremente da oltre venti anni nel suo piccolo laboratorio di Shirahama. Alleva gli idrozoi in piccole piastre di Petri cambiandogli l’acqua ogni giorno e nutrendoli con cisti essiccate di artemie saline, talvolta sezionate manualmente utilizzando un microscopio. È un lavoro che lo occupa per almeno tre ore al giorno tutti i giorni, dal quale non si libera nemmeno quando è impegnato nei congressi: porta infatti con sé le piastre di Petri all’interno di borse termiche. Studiando Turritopsis nutricula spera di far luce sui criptici meccanismi che ne regolano il ciclo vitale e di esportare le conoscenze acquisite in campo medico, soprattutto nel settore delle cellule staminali.

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